Wednesday, October 19, 2022

Enti Previdenziali

INPS - Gestione Dipendenti Pubblici (ex INPDAP) L’ex INPDAP (Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell’Amministrazione Pubblica), istituito con Decreto Legislativo n. 479 del 30/06/1994 a seguito del riordino e soppressione di enti pubblici di previdenza e assistenza (ex Istituti di Previdenza), dal 1° gennaio 2012 è confluito in INPS, per effetto del D.L. n. 201 del 06/12/2011 (c.d. decreto “salva Italia”), convertito con modifiche nella L. n. 214 del 27/12/2011. L’INPS – Gestione Dipendenti Pubblici si occupa della riscossione dei contributi versati da Enti ed Amministrazioni Pubbliche e offre prestazioni previdenziali (pensione, trattamenti di fine servizio e di fine rapporto), creditizie e sociali per tutti gli iscritti, i pensionati e le loro famiglie

Speciale Salone

Il recente salone mondiale dell'auto a Parigi doveva essere una sorta di concilio ecumenico per sancire il trionfo del dogma: per smettere di inquinare basta cambiare auto. Tutti e pure subito. Emmanuel Macron lo ha proclamato a favore di mondovisione. Ma proprio mentre si stava per incoronare la Vettura Elettrica come smacchiatore universale dei veleni atmosferici, sono emersi problemi a iosa. Insomma, stringi stringi, con una sintesi alla Fantozzi: l'auto elettrica è una boiata pazzesca. Non per chi la compra, che ha pure la sua bella convenienza (lo vedremo). Non per la Cina, che caverà denaro e potere di ricatto dal miraggio della potenza salvifica delle batterie che sono e saranno quasi 15 tutte prodotte dalle aziende di Xi Jin- 10 ping. Non per le banche, che - scrive Le Figaro - hanno trovato nel mercato delle auto elettriche «il nuovo Eldorado» da cui cavare oro, con i clienti invogliati a rabboccare con prestiti (o leasing) su misura i bonus generosamente forniti dai governi di tutta Europa. Auto a benzina addio? La Cina ci divorerà: il nodo delle batterie, l'allarme dell'esperto Auto a benzina addio? "La Cina ci divorerà": il nodo delle batterie, l'allarme dell'esperto È una boiata pazzesca per chi allora? Per tutti quelli che non potranno permettersi di acquistare queste vetture a tutt' oggi assai costose (non meno di 20mila euro) e che contribuiranno volenti o nolenti ai sussidi per chi quelle vetture se le può permettere, magari i favolosi Suv-elettrici. Noi classe media, con vecchie carrozze marcianti a benzina o a gasolio, per di più inseguiti da anatemi e divieti da sindaci tipo Beppe Sala, costretti a finanziare e a guardare come eroi i fighetti circolanti su splendide eco-portaerei elettrificate. Pensioni, chi non avrà l'aumento: la cifra che ti frega Pensioni, chi non avrà l'aumento: la cifra che ti frega PROMESSE NON MANTENUTE Soprattutto è una boiata pazzesca per il pianeta terra. Perché - per una serie di ragioni che proverò ad illustrare attingendole da studi che la propaganda del pensiero unico verde ignora per non rovinarsi il mercato dei gonzi - alla fine della fiera il mondo si ritroverà, proprio grazie ai veicoli a batteria, con l'atmosfera nient' affatto risanata ma persino peggiorata dall'ingresso in massa di queste macchine fatte passare come panacea mirabolante per rinfrescare il clima azzerando o quasi i mefitici gas serra. Non esiste infatti alcuna ricerca che confermi in modo scientificamente apprezzabile che le quantità di anidride carbonica (CO2), metano (CH4) e protossido di azoto (N2O) iniettate nell'aria del globo, alla fine della conversione generale del parco auto d'Europa e dei Paesi più avanzati, saranno diminuite. Invece esistono studi che mostrano con certezza che in questo momento storico e per chissà quanto tempo, il bilancio sarà negativo. Infatti capiamo tutti, non siamo ciechi, che dai tubi di scappamento delle auto dotate di motori alimentati a carburante fossile (si dice così) non viene emessa aria tipica delle montagne svizzere, mentre quelle che hanno in dotazione batterie ricaricabili infilando una spina nella presa, i tubi di scappamento non li hanno proprio. La questione sta nell'inquinamento che la fabbricazione delle citate batterie provoca. Bisogna immaginarsi una ciminiera alta e larga come un vulcano delle Ande, che pompa nel cielo della Cina quantità strabilianti di gas serra. E com' è noto non è previsto che l'anidride carbonica esibisca il passaporto alle frontiere: arriva, eccome se arriva, dovunque. E dove sta il guadagno? Seconda questione. Ad esempio. Quanta dell'energia elettrica iniettata nelle batterie è prodotta con fonti rinnovabili o con il nucleare, e quanta con materiali fossili? In Italia, ad esempio, siamo al 48 per cento prodotta con il gas a cui sommare il 4,9 per cento fornita da centrali a carbone. IL DOGMA E LA LIBERTÀ Dicevamo di Parigi. Quanta ipocrisia. Macron ha visitato la sezione del "Mondiale" (lo chiamano semplicemente così i francesi: oh la grandeur) occupata dalla Peugeot, e l'ha elogiata per la promessa di adeguarsi al comandamento formulato dall'Unione europea di produrre ovunque e subito auto elettriche. Poche ore dopo, ancora zuppo dell'acquasanta sparsa da Emmanuel le Petit, Carlo Tavares, l'amministratore delegato della immensa ditta che raduna Peugeot-Citroën e Fiat-Chrysler, ha esposto come Martin Lutero le sue tesi eretiche: «La decisione dogmatica di vendere solo auto elettriche nel 2035 (nell'UE) ha sin d'ora conseguenze sociali ingestibili». Ha aggiunto: «Non è accettabile il dogma del veicolo elettrico per tutti, perché è trop9,18,9 po costoso: come possiamo proteggere la libertà di movimento delle classi medie che non potranno acquistare un veicolo elettrico? Dire alla classe media "stattene in casa" non è politicamente gestibile». Dunque c'è un problema di libertà e di giustizia sociale. E ad essere punito è il ceto medio. In Italia, il provvedimento del governo dello scorso 5 ottobre prevede contributi fino a 7.500 euro per i veicoli elettrici e fino a 6.000 per le ibride, inoltre è stato anche stanziato un contributo fino all'80% della spesa per l'installazione di punti di ricarica nelle strutture private. Avete notato che in centro le auto elettriche trovano sempre parcheggio libero e si attaccano a colonnine sovvenzionate da noialtri fessi. Va bene così? È accertato che la produzione di una batteria per auto elettriche è un'operazione altamente inquinante. La grandissima parte delle batterie agli ioni di litio è sfornata in Cina (nel 2021 era al 79% del totale globale, gli Stati Uniti erano secondi con il 6,2%, l'Ungheria con il 4%, e la Polonia con il 4,1%, l'Italia non è neppure citata nelle ricerche). E la Cina consuma energia all'80% ad emisssione di gas serra. Inoltre, l'estrazione e la lavorazione dei materiali necessari per la produzione delle batterie richiede molta energia e altera l'equilibrio ecologico. Queste operazioni «sono la fonte di un decimo delle emissioni globali», secondo France Stratégie, con acciaio e alluminio che hanno un peso considerevole a causa dei volumi estratti. Questi due metalli rappresentano quasi il 40% della composizione di una batteria per auto elettriche, oltre a rame, grafite, cobalto e litio. Noi italiani non ne abbiamo uno zic di questa roba preziosa ormai più dell'oro. Per questo l'auto elettrica è una boiata pazzesca. Ci impicchiamo alla corda cinese, e per di più inquiniamo il mondo. Gli ultimi studi dicono - facendola breve, e senza considerare i costi di riciclaggio delle batterie - che solo le piccole city-car hanno conseguenze meno dannose per l'ambiente di quelle tradizionali. Quelle più grosse, dotate di batterie del peso fino a 750 kg (!), che filano per quasi mille chilometri, sono secondo l'Agenzia francese per la transizione ecologica (Ademe) perniciose più del Diesel. Questo in Francia, dove l'energia elettrica è basata sul nucleare. In Italia il calcolo boccerebbe anche le city car elettriche. Ma - come diceva Totò - "Io pago".

Prescrizione

Con Sintomi o senza sintomi

Monday, October 17, 2022

Castagne Matte

Castagne matte in tasca contro il raffreddore La leggenda vuole che il frutto abbia delle proprietà benefiche che tengono lontano i malanni autunnali, come il raffreddore e la tosse. È una tradizione per tanti di noi, ereditata dai nostri nonni e custodita gelosamente come una “ricetta miracolosa” per il benessere fisico. Anche se oggi si fa un uso troppo elevato di farmaci, sono ancora molte le persone che credono nella medicina naturale e nelle proprietà curative di alcune erbe o frutti. Ecco che molti di noi sono cresciuti tenendo nella tasca del cappotto per tutto l’inverno una “castagna matta”, per affrontare con un pizzico di ottimismo in più il freddo e le malattie invernali. Spesso le castagne le abbiamo regalate ai familiari e alle persone care per proteggerli, o le abbiamo messe nei nostri cassetti e nelle nostre borse. In effetti, in passato le castagne venivano triturate e date da mangiare a quegli animali per curare l’asma e il raffreddore. Quando ci si accorse che ne traevano sollievo, i frutti si cominciarono a testare anche sull’uomo e fu così che nacque la leggenda. Le proprietà benefiche della «castagna matta» sono dovute all’escina, un componente che, oltre a essere antinfiammatorio, migliora il drenaggio linfatico e aumenta la pressione venosa. Gli estratti dell’ippocastano sono anche utilizzati come rimedio per la cellulite, le emorroidi e le vene varicose. Forse portare con sé una castagna non serve a nulla, ma c’è chi giurerebbe il contrario. Le proprietà curative del frutto erano note da molto tempo in Asia Minore, regione da cui arriva la pianta, ma furono valorizzate in Occidente agli inizi del Novecento. La leggenda che ritiene le castagne matte portate in tasca capaci di proteggerci contro il raffreddore ha origini lontane, da ricercare all’interno delle comunità contadine. In passato questi semi venivano, infatti, tritati e dati da mangiare ai cavalli, il cui nome è presente anche nel termine ippocastano, per alleviare i sintomi di asma e raffreddore. Le proprietà curative dei semi erano note in Asia da tempo, ma in Europa sono state studiate a partire dal ‘700 e confermate solo nel ‘900. Per l’uomo la presenza di saponine rende, comunque, le castagne matte molto pericolose e alcuni casi di avvelenamento sono stati riportati anche tra gli equini. La loro presunta efficacia è stata, dunque, trasferita nella superstizione. LEGGI ANCHE: Castagne amare e ippocastani: caratteristiche, usi e pericoli Cosa c’è di vero? È chiaro che le castagne matte in tasca possono fare ben poco contro il raffreddore. Esse contengono, però, l’escina, una sostanza molto interessante per vincere la battaglia contro il virus. Questo principio attivo vanta, infatti, proprietà antiinfiammatorie, oltre che vaso-protettrici, un forte potere decongestionante e si dimostra in grado di favorire il drenaggio linfatico. I flavonoidi, presenti in grande quantità nell’ippocastano, sono, poi, un toccasana per il sistema immunitario. Per proteggersi dai malanni di stagione rafforzare quest’ultimo rimane l’unica strategia efficace. Seguire un’alimentazione equilibrata, fare attività fisica moderata e costante e dormire almeno sette ore a notte, aiuta, allora, a costruire una barriera molto più solida. LEGGI ANCHE: Come usare le castagne come cosmetico Portare delle castagne matte in tasca non ci danneggia, ma non può nemmeno fornirci una difesa contro il raffreddore. Gli estratti ottenuti da pianta e semi sono buoni coadiuvanti nel trattamento del malanno, oltre che nella lotta a emorroidi, cellulite e vene varicose, ma non agiscono per contatto. Tra i rimedi della nonna, accanto a eucalipto, limone, zenzero e aloe, rispettivamente balsamici, antisettici e decongestionanti, spunta un nuovo protagonista. Ogni autunno ospedali e centri antiveleni accolgono persone con intossicazioni da castagne d’India, frutti dell’Ippocastano o Aesculus hippocastanum, non commestibili e responsabili di sintomi gastrointestinali e infiammazioni del cavo orale. Queste castagne, chiamate anche “matte”, vengono talvolta scambiate per castagne commestibili, in realtà, sono i semi degli ippocastani. Le castagne matte rappresentano il 12% di tutti i casi di intossicazioni. La prima indicazione da tenere a mente riguarda l’aspetto, perché i due tipi sono piuttosto diversi. Le castagne d’India sono più voluminose, sferiche, lucide, e ogni guscio ne contiene una sola. Quest’ultimo è di colore verde acceso, e ha poche spine grandi. Al contrario, le castagne da mangiare sono più piccole, appiattite e triangolari, non di rado percorse da righe verticali e quasi sempre presenti in più di una in un solo guscio (di solito 2-3). Il quale, a sua volta, che è protetto da molte spine sottili e, quando cade, è di colore biondo-marrone. Come riconoscere le castagne matte Non è difficile riconoscere le castagne buone da quelle matte. Se si conoscono le principali differenze è impossibile sbagliarsi, diversamente da quanto può succedere con i funghi che spesso sono talmente simili. Le castagne commestibili sono il frutto dell'albero del castagno e si raccolgono nei boschi, ad un'altitudine che può variare dai 300 ai 1200 metri. Sono contenute in "gruppo" all'interno di un riccio, che si trasforma da verde a marrone durante la maturazione e che è ricco di aculei. Nei ricci del castagno si trovano solitamente 2 o 3 castagne, una grande e le altre più piccole e schiacciate. Inoltre le foglie del castagno, a differenza di quelle dell'ippocastano, sono singole, più piccole e seghettate. Le castagne matte. L'Ippocastano è una specie arborea longeva e rustica originaria dei Balcani e della Grecia. Oggi è però ampiamente diffusa in tutte le zone temperate dell'Europa. Si trovano nelle strade, nei giardini e nei parchi di città, in pianura o in altura. Queste castagne sono infatti i semi dell'ippocastano, una pianta utilizzata soprattutto a scopo ornamentale e per creare ampie zone d'ombra. Il loro riccio è verde, con piccole punte distanziate e corte, e di solito racchiude un solo frutto, che si presenta rotondo, grosso e molto lucido. Infine, le castagne e le castagne matte si differenziano anche per grandezza e colore: le prime infatti sono più piccole, meno arrotondate e presentano un ciuffo apicale caratteristico, cosa che le castagne matte non hanno. Cosa succede se si mangiano le castagne matte Mangiare castagne matte provoca intossicazione, che se sottovalutata può sfociare in problemi più seri come lesioni intestinali e renali. Le castagne dell'ippocastano infatti contengono saponine, sostanze che hanno un effetto irritativo e che causano vomito e diarrea, in base alla quantità che è stata ingerita. Tra i sintomi più comuni dell'intossicazione troviamo disturbi digestivi, dolori addominali, nausea, vomito o irritazione della gola. Le castagne matte, inoltre, se mangiate cotte o crude hanno un sapore amaro e l’acqua di bollitura emana cattivo odore. Cosa fare in caso di intossicazione Nel caso si verifichino i sintomi di una intossicazione, cerca di fotografare l'albero ed i frutti mangiati, in modo che il pronto soccorso o il centro antiveleno abbiano dati il più dettagliati possibile per poter intervenire. Le proverbiali capacità Prima regola per ottenere l’effetto anti-raffreddore: non tutte le castagne funzionano allo stesso modo. La magica proprietà è attribuita infatti solo alle “castagne matte”, ovvero le castagne tonde e lucide che cadono dall’ippocastano, non quelle che si mangiano arrosto o nelle zuppe, che invece sono il frutto del castagno. Dove e quando metterle: anche se non avete mai sentito parlare della “magia” delle castagne contro il raffreddore, sicuramente nella vostra vita avete incontrato – magari senza saperlo – delle persone che ne custodivano una o due in una remota tasca del cappotto. Il metodo più comune è infatti quello di infilare le castagne nel cappotto per tutto il periodo freddo dell’anno. Ma ci sono anche eccezioni: alcuni tengono una o due castagne matte dentro l’auto; altri sulla scrivania in ufficio; altri ancora nella borsa, nello zaino, nel cruscotto…l’importante è restare sempre nel raggio “magico” della castagna. Le nonne consigliavano di tenerne sempre in tasca in modo da tenere lontano i malanni autunnali, come il raffreddore e la tosse. Certamente sono molte le proprietà terapeutiche associate a questa pianta, che infatti viene utilizzata soprattutto in fitoterapia e cosmetica per la realizzazione di creme.

Test

Da molte settimane è perlopiù un vociferare ufficioso, ma ora pare essere diventato un fenomeno riconosciuto, prima a livello mediatico e poi scientifico: tra la comparsa dei sintomi di Covid-19 e l'ottenimento di tamponi con esito positivo si tra creando in molti casi uno scarto temporale sempre maggiore, un ritardo che rischia di incrinare ulteriormente il già fragile sistema di contenimento dei contagi. In questo caso non si tratta (più) di un ritardo di natura burocratico-organizzativa come era nelle prime fasi della pandemia, poiché tra test in farmacia e analoghi domestici la possibilità di eseguire un tampone è per chiunque sostanzialmente immediata. Il ritardo, invece, dipende ora da questioni prettamente biologiche, nel senso che molte persone manifestano sintomi compatibili con il Covid-19 risultando però ancora negative, arrivando a positivizzarsi solamente quando ormai i sintomi si sono affievoliti o addirittura sono del tutto scomparsi. PUBBLICITÀ
Una situazione, questa, che crea più di una complicazione a livello organizzativo. Anzitutto, il singolo paziente non è in grado di stabilire, durante la fase acuta dei propri sintomi, se sia stato infettato da qualche variante del Sars-Cov-2 o se invece si tratti di un patogeno e di una malattia diversa. Secondo, l'arrivo di un tampone positivo quando ormai la malattia e in via di guarigione crea qualche stortura burocratica, nel senso che porta a iniziare il periodo di isolamento quando ormai potrebbe volgere al termine, favorendo indirettamente la trasmissione virali nelle giornate iniziali della malattia, quando si è già sintomatici. Le origini incerte del ritardo Se sul fatto che questo ritardo sia reale - e non solo una suggestione - ci sono ormai pochi dubbi, allo stesso tempo su che cosa lo determini restano parecchie incertezze, tanto che al momento tutto ciò di cui disponiamo sono delle ragionevoli ipotesi. La prima delle teorie più gettonate riguarda la diversa dinamica con cui le più recenti varianti di Sars-Cov-2 circolano nell'organismo: se infatti le alte vie aeree e il naso fossero le ultime parti dell'apparato respiratorio a essere interessate dal virus, questo potrebbe giustificare la presenza di sintomi vistosi anche quando il tampone non risulta ancora positivo. Su questa direzione punterebbe anche l'evidenza che l'accumulo di virus nel naso con la variante omicron è mediamente inferiore rispetto alla variante delta. L'altra ipotesi che ha ottenuto un buon consenso è che, soprattutto per chi ha già avuto il Covid-19 o ha completato il ciclo vaccinale e ha quindi gli anticorpi in circolo, il sistema immunitario sia diventato più reattivo e porti alla comparsa di sintomi di risposta molto precocemente, anticipando la diffusione virale nell'organismo e quindi la positività del tampone. Contro questa ipotesi, tuttavia, c'è l'evidenza che anche persone che - almeno formalmente - incontrano per la prima volta il nuovo coronavirus e i suoi antigeni manifestano comunque il ritardo nella positività dei tamponi (potrebbe però trattarsi di persone - non vaccinate - che in passato hanno contratto la malattia in forma asintomatica e non se ne sono mai accorte). La mancanza di studi scientifici sistematici non permette ancora di fare chiarezza su questo punto.
Una terza possibilità, forse aggiuntiva più che alternativa alle altre due, è che il ritardo sia il riflesso di come è cambiato nel tempo il modo in cui il tampone nasale viene eseguito. Nel fai-da-te, infatti, si ritiene che molte persone non raccolgano con particolare cura né in grande profondità il materiale biologico che impregna il tampone, determinando una frequenza più alta dei falsi negativi, a maggiore ragione in un momento come quello iniziale della malattia in cui la carica virale nel naso è più bassa. Infine, una ulteriore considerazione riguarda il cambiamento di tutta la dinamica di circolazione del virus da quando la variante omicron è diventata prevalente: è diminuito il tempo di incubazione, è diminuita la durata media di manifestazione dei sintomi, ed è cambiato quindi più in generale il modo in cui il nuovo coronavirus interagisce con l'essere umano. In qualche modo, questo potrebbe avere avuto un riflesso anche sul tempismo dei tamponi. Più che le cause, le conseguenze Anche se molto del dibattito in seno alla comunità scientifica e a livello pubblico si concentra sul perché di questo ritardo, probabilmente a meritare attenzione è soprattutto la questione delle conseguenze che determinerà, in particolare dopo l'estate. Come sappiamo, infatti, già ora le restrizioni e i tracciamenti sono notevolmente ridotti rispetto al passato, a cui si aggiunge il fatto che ci sono persone che non si sottopongono al tampone anche da sintomatiche per timore di risultare positive, altre che svolgono il test in casa senza registrarlo né ripeterlo nelle strutture preposte, altre ancora che - magari sintomatiche - vedendo un primo tampone negativo non si preoccupano di ripeterlo nei giorni successivi. Tutto ciò ha come effetto che la nostra capacità di fotografare la reale circolazione del virus e di impedire il contagio da persona persona è drasticamente diminuita, a maggiore ragione se il tampone positivo che dovrebbe sancire l'inizio del periodo di isolamento arriva quando ormai la gran parte del danno in termini di contagio rischia di essere già stata fatta. Questa situazione di attuale disordine e scarso rigore, inoltre, è allo stesso tempo anche causa dell'impossibilità di definire contorni precisi per il ritardo diagnostico stesso, sia in termini di numero di giornate medie sia come incidenza e come prevalenza delle diverse varianti. Il che a sua volta impedisce di pianificare strategie alternative o diffondere consigli su come riconoscere in maniera alternativa Covid-19, visto anche che i sintomi si stanno facendo sempre meno specifici e sono confondibili con quelli di altre infezioni virali a carattere respiratorio, se non addirittura con allergie o fastidi da aria condizionata. La domanda che verrebbe da porsi a questo punto, dunque, è se lo strumento del tampone così come inteso in questo momento sia davvero ancora efficace come attrezzo di diagnosi dell'infezione da Covid-19 e come strategia per limitare la circolazione del virus. Anche se al momento non ci sono particolari preoccupazioni poiché la pressione sulle strutture sanitarie è molto bassa, il problema potrebbe porsi in maniera importante qualora con la stagione fredda si arrivasse a un aumento importante dei casi che richiedono trattamenti ospedalieri. E come abbiamo imparato dalle scorse due estati, abbassare la guardia adesso e disinteressarsi al problema sarebbe una grave mancanza che rischieremmo di pagare con un conto salato.