Saturday, May 28, 2022
Il vaiolo fu una malattia con segni clinici talmente evidenti e caratteristici e causò epidemie talmente drammatiche e disastrose da diventare a lungo il soggetto di miti e superstizioni e i medici e gli storici scrissero molto su di esso.
Le origini del vaiolo sono sconosciute e i più antichi rapporti attorno ad esso sono inattendibili. La più antica prova si trova nelle mummie egizie di persone morte circa 3000 anni fa.
E’ ragionevole pensare che il vaiolo venisse trasmesso dall’Egitto per via terrestre o marittima fino all’India, dove rimase come una malattia umana a carattere endemico per circa 2000 anni e forse ancor più.
Nel I secolo d.C. il vaiolo entrò in Cina da Sud-Ovest e diventò stabile nella popolazione. Nel VI sec. d.C. il vaiolo passò dalla Cina al Giappone.
In Occidente il vaiolo fece periodiche comparse in Europa senza diventarvi stabile, fino al momento in cui la popolazione non aumentò di numero e gli spostamenti delle persone non divennero più intensi durante il periodo delle Crociate.
Come la popolazione crebbe in India, in Cina e in Europa, il vaiolo divenne stabile nelle città e nelle aree maggiormente popolate come una malattia endemica che colpiva soprattutto i bambini con periodiche epidemie che provocavano la morte di circa il 30% dei soggetti colpiti.
La sua penetrazione si accrebbe progressivamente e attorno al XVI secolo il vaiolo fu un’importante causa di morbilità e mortalità in Europa come nel Sud-Est Asiatico, India e Cina.
La comparsa della malattia in Europa fu di speciale importanza perché l’Europa costituì il focolaio da cui il vaiolo si estese alle altre parti del mondo, come una coda delle successive ondate di esploratori e colonizzatori europei.
Tanto per citare alcuni dati significativi della mortalità provocata dal vaiolo nel solo continente europeo nel corso del XVIII secolo, prima che le misure di profilassi fossero attuate con il metodo della variolazione, pur imperfetto, nel 1753, a Parigi, morirono di vaiolo 20.000 persone, a Napoli nel 1768 in poche settimane morirono 60.000 persone, a Berlino, nel 1766, 1077 persone e ad Amsterdam, nel 1784, 2000 persone. Nel 1707 una nave infetta di vaiolo, approdata in Islanda, vi provocò in breve 20.000 morti. La Groenlandia nel 1733 perse i tre quarti della popolazione a causa del vaiolo.
Nel 1507 il vaiolo era stato introdotto nell’isola caraibica di Hispaniola (Haiti) e nel 1520 nel continente americano in territorio messicano. Esso colpì gli indigeni con grande durezza e fu un importante fattore nella conquista degli Aztechi e degli Incas da parte degli Spagnoli. Lo stesso avvenne in Brasile nel 1560. La colonizzazione della costa orientale del Nord America avvenne circa un secolo più tardi e fu anch’essa accompagnata da devastanti esplosioni di vaiolo tra gli Amerindi e successivamente tra i coloni nativi.
Il vaiolo fu introdotto tardi nel Centro Africa, probabilmente durante i primi anni del XIX secolo, mentre nell’Africa Settentrionale lo era da tempo immemorabile.
Dalla metà del XVIII secolo il vaiolo fu la maggiore malattia endemica del mondo, se si esclude l’Australia e diverse piccole isole. Esso fu introdotto in Australia nel 1789 e di nuovo nel 1829 e fece strage tra gli aborigeni, ma rapidamente si spense in ambedue le occasioni.
Il vaiolo imperversò in Europa nel XIX secolo con numerose epidemie (1824-1829; 1837-1840;1870-1874) e vi fu eradicato solo nel 1953. Nel Nord America gli ultimi casi di vaiolo si videro negli anni Quaranta.
Nel 1969 si contavano ancora 5000 casi di vaiolo in Brasile, ma nel 1971 il morbo fu considerato scomparso in tutta l’America Latina. Nel 1974 si ebbero 170.000 casi in India, ma l’ultimo caso si ebbe nel 1975. Tuttavia nel 1979, dopo l’ultimo caso segnalato in Somalia nel 1977, il vaiolo poté essere considerato scomparso dal pianeta e questo in virtù di una universale campagna di vaccinazione dell’OMS.
Gli storici
Secondo Huard e Wong la descrizione principe del vaiolo la si trova nel Pao-p’ou-tseu di Ko Hong (326 circa d.C.) con il nome di te-ou-tchen.
Una successiva menzione viene fatta da Souen Sseu-mo (652 d.C circa) nel Ts’ien-kin fang.
Wang-Houai-yin nel 992 d.C differenziò il vaiolo dal morbillo.
Wen Jen-kouei (1323 circa) dedicò una monografia al vaiolo, attribuendone l’eziologia a fattori umorali o meteorologici (venti freddi).
Il vaiolo era conosciuto nell’antica India e ne scrissero autori come Susruta in un periodo imprecisato a.C. e Vagbata attorno al VII secolo d.C. e in Giappone Ishinho nel 982.
Nel mondo occidentale il vaiolo fu sconosciuto come malattia a sé stante nell’Antico Egitto, anche se il corpo mummificato di Ramsete V (morto nel 1157 a.C.) ne porta evidenti segni.
A questo proposito è necessario fare una breve parentesi per cercare di dare una spiegazione a questo fatto.
Uno dei primi centri della civiltà umana fu nella valle del Nilo, esteso alla Palestina e alle pianure alluvionali del Tigri e dell’Eufrate. Scambi commerciali e guerre di conquista fecero di questa regione una singolare unità ecologica per quanto riguarda la trasmissione di molte malattie dell’uomo.
Comunque, a prescindere dai racconti di una “piaga” che gli Ittiti avevano riferito di avere ricevuto dagli Egizi nel XIV secolo a.C.(1346 a.C.), che, da quanto riferito, potrebbe essere stato vaiolo, le testimonianze scritte della civiltà egizia, che includono il Talmud e la Bibbia (Antico Testamento), non fanno alcun cenno a malattie con sintomi tali da far pensare al vaiolo.
La più numerosa e concentrata popolazione della regione si trovava nella valle del Nilo, dove nel III millennio a.C. poteva esserci circa un milione di individui e forse tre milioni nel I millennio a.C.
Come attestano le scritture della Bibbia e altri scritti, l’Egitto fu periodicamente flagellato da devastanti epidemie, ma nessuna di queste fu descritta in modo tale da far pensare ad una epidemia di vaiolo. Tuttavia, la pratica egizia della mummificazione consentì la conservazione della cute, dei muscoli e delle ossa di un gran numero di personaggi di alto rango. Questo permise ai paleopatologi di formulare diagnosi sulle cause di morte di diverse persone mummificate.
La letteratura scientifica cita tre mummie la cui pelle era coperta da lesioni simili a quelle del vaiolo. Dai primi due casi, scoperti nel 1911 e nel 1921, per l’insufficienza dei mezzi diagnostici dell’epoca, derivarono diagnosi di probabile infezione vaiolosa, mentre per il terzo caso, studiato nel 1983 da Hopkins, è stato possibile formulare una diagnosi di certezza. Si tratta della mummia di Ramses V che morì ancor giovane nel 1157 a.C. ed è una delle mummie meglio conservate del Museo del Cairo. Ci si aspetterebbe che una malattia epidemica come il vaiolo, che uccideva faraoni e nobili come la gente comune,dovesse essere stata descritta nella vasta letteratura di argomento medico prodotta dagli Egizi, o dai loro vicini dell' Asia Minore. Tuttavia, una simile descrizione non esiste, sebbene nel Papiro Ebers si trovi un passo dove viene descritta una malattia che colpisce la pelle che Regoly-Mérei (1966) suggerisce possa essersi trattato di vaiolo.
Fatta questa breve ma necessaria parentesi, resta da considerare che, al di là delle notizie scritte di parte egizia relative al vaiolo, oggi la paleopatologia ha dimostrato, attraverso l’analisi della mummia di Ramsete V, che già oltre tremila anni fa l’Egitto era colpito dal vaiolo e chissà da quanto tempo prima.
La malattia non è segnalata nel Corpus ippocraticum, né compare nella letteratura greco-romana.
Una prima fonte letteraria occidentale sul vaiolo l’abbiamo dall’Alessandrino Aronne (Ahrun/622 d.C./), che ne parla nel suo trattato di medicina. Tuttavia la prima autentica descrizione del vaiolo, insieme a quella del morbillo che da quello viene differenziato, fu fatta dal medico arabo Al Razi (Rhazes), (Bagdad, X secolo).
Egli concordava con gli autori cinesi sull’origine umorale delle due affezioni e suggeriva come terapia la sudorazione. Epidemie di vaiolo probabilmente imperversarono nel Medio-Evo, ma non ne abbiamo precisa notizia, perché si faceva molta confusione tra le diverse malattie esantematiche dell’infanzia, finché nel 1553 l’Italiano Ingrassia differenziò la scarlattina e la varicella dalle altre malattie esantematiche infantili.Girolamo Fracastoro (1546), che notevole impulso diede alle teorie sull’epidemiologia delle malattie infettive, riconobbe la contagiosità del vaiolo, allineandosi per la terapia con il metodo della sudorazione suggerito da Rhazes.
Oltre un secolo dopo, l’Ippocrate inglese, Sydenham (1685), descriveva nuovamente il vaiolo, che attribuiva ad una “infiammazione sanguigna”, distinguendola dal morbillo. Il suo particolare interesse nei riguardi del vaiolo era motivato dalle grandi epidemie di questa malattia che afflissero il territorio inglese nel 1667-1669 e nel 1674 e 1675. Egli, contrariamente a quanto suggeriva Rhazes, consigliava una terapia rinfrescante (aria fresca e bevande fredde) e l’uso dell’oppio(1).
Malgrado i progressi compiuti a partire dall’inizio del XVIII secolo nel campo della profilassi della malattia, prima col metodo della variolazione, poi col metodo jenneriano della vaccinazione, l’esatta sua eziologia venne scoperta solo nella seconda metà del XIX secolo grazie a progressi della microscopia.
Prima Keber (1868) poi Buist (1886-1887), esaminando al microscopio la linfa vaccinica vi distinsero alcuni corpuscoli corrispondenti ad ammassi di virus.
Nel 1892 l’italiano Guarnieri descrisse nelle lesioni vaiolose osservate al microscopio particolari inclusioni, che da lui presero il nome, considerate come stadi del ciclo di protozoi parassiti, che egli chiamò Cytoryctes variolae e Cytoryctes vaccinae.
Gli studi per identificare l’agente eziologico del vaiolo umano e vaccino proseguirono nella prima decade del XX secolo ad opera di Roux, Calmette e Guerin, Prowazek, Negri, Calkins.
A partire dal 1910 la scoperta delle tecniche di colture tissutali permise di coltivare in vitro i virus, in modo particolare quello del vaiolo vaccino (Noguchi, 1915; Parker,1925; Carrel e Rivers, 1928) e nel 1928 Maitland e Maitland ottennero la coltura in un mezzo liquido. La successiva tecnica dell’ultracentrifugazione permetterà di valutare le dimensioni delle particelle virali vacciniche (Mac Callum e Oppenheimer, 1922; Elford, 1938).
Il microscopio elettronico permetterà dal 1948 (Van Rooyen e Scott; Nagler e Rake) di visualizzare le particelle virali e ottenerne le prime microfotografie.
Il lungo cammino dell’identificazione della causa del morbo si era concluso.
(1)Tissot , il secolo successivo, avrebbe contestato l’uso dell’oppio consigliato dal Sydenham nella terapia del vaiolo, con queste parole:”L’oppio è adunque medicamento nocivo nella febbre vaiolosa secondaria, in quanto che ella è una febbre acuta infiammatoria, putrida, ed accresce tutti i sintomi, che producono pur anche la febbre”.
La lunga storia della profilassi antivaiolosa
I Cinesi furono i primi a mettere in pratica un metodo di prevenzione del vaiolo. Questo metodo fu menzionato per la prima volta nell’anno 1014 della nostra era da Wang Tan e consisteva nell’insufflare nelle narici polvere di croste vaiolose della fase terminale della malattia; una seconda tecnica, che sarà quella adottata dagli Europei nel XVIII secolo, era quella di inoculare sottocute la polvere delle croste vaiolose per mezzo di sottili aghi.
In India i bramini praticavano l’inoculazione introducendo sotto la pelle sottili fili impregnati di materia vaiolosa, oppure frizionavano la pelle escoriata con tessuto impregnato di pus vaioloso.
Il vaiolo fu l’unica malattia infettiva per cui si pensò ad una prevenzione attiva attraverso l’inoculazione, mentre per tutte le altre valse sempre il metodo della contumacia.
In Europa la pratica dell’inoculazione (o variolizzazione) fu introdotta nei primi decenni del XVIII secolo. Notizie sia pur vaghe erano giunte alla Royal Society di Londra da diversi paesi e soprattutto dalla Cina attraverso l’Asia Minore.
Da lungo tempo i popoli abitanti vicino al Mar Caspio, come i Circassi e i Georgiani, proteggevano la bellezza delle loro donne dalle deturpazioni provocate dal vaiolo mediante l’inoculazione ed era da questi paesi che i Turchi e i Persiani traevano le più belle schiave per i loro harem.
La stessa cosa valeva per il Bengala, l’Indostan e tutti i regni circostanti, mentre in Africa tale pratica era molto seguita nel Senegal. I primi a caldeggiare la variolizzazione in Europa furono due medici greco-italiani, Pylarino(2) e Timoni(3), che esercitavano la medicina a Costantinopoli agli inizi del XVIII secolo.
Essi furono colpiti dai successi che tale pratica permetteva di conseguire e raccolsero informazioni da quelle vecchie che la esercitavano per trasmetterla successivamente con relazioni ben dettagliate agli studiosi europei(4).
Ma il frutto delle loro osservazioni sarebbe andato perduto se non fosse stato per l’interessamento di Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli che introdusse la pratica per la prima volta in Europa e, nella fattispecie, in Inghilterra, dopo avere osservato tale pratica in Turchia e aver fatto inoculare un figlio. Essa nel 1722 cercò di persuadere il Collegio dei medici di Londra ad eseguire una prova che avesse un certo valore dimostrativo.
Quello stesso anno il dottor Richard Mad, medico del re, inoculava sette condannati a morte del carcere di Newgate i quali sopravvissero e furono graziati. Ma la Montagu prese anche la personale iniziativa di far vaccinare di fronte alla corte inglese il suo secondo figlio, ispirando la fiducia della famiglia reale inglese che a sua volta si sottopose alla variolizzazione.
Tutte le persone variolizzate, dopo una lieve forma di vaiolo, guarirono. Uno dei carcerati inglesi sottoposti all’esperimento fu esposto al contagio del vaiolo superandolo indenne.
Nello stesso periodo a Boston, scoppiata l’epidemia, Mother e Boylston vaccinarono 242 persone con la mortalità del 2,5% degli inoculati contro il 15% di quelli che avevano contratto il vaiolo naturalmente. In Italia, convinto inoculatore, alieno da polemiche dottrinali, fu Angelo Gatti, che venne chiamato nel 1778 alla corte di Napoli per inoculare i membri della Real Casa.
(2)Giacomo Pylarino, di Cefalonia, scrisse: Nova et tuta vaiolae excitandi per transplantionem methodus nuper inventa et in usum tracta (1714)
(3)Emanuele Timoni scrisse nel 1713 al medico inglese J.Woodward la lettera “ Historia variolarum quae per institutionem excitantur” per metterlo al corrente della pratica della variolazione che aveva visto effettuare in Turchia perché la comunicasse alla Royal Society di Londra e nel 1721 pubblicava il lavoro completo, dal titolo: Tractatus de nova…variolas per transmutationem excitandi metodo.
Jacopo Pylarino praticò per la prima volta la variolazione nel 1701.
(4)La pratica della inoculazione o variolazione osservata dai due medici Timoni e Pylarino consisteva nell’inoculare nella regione deltoidea del braccio, la più carnosa dell’arto, il pus del vaiolo ad andamento benigno al decimo giorno della malattia. Ci si preoccupava che le persone da inoculare fossero nelle migliori condizionim organiche.
La tecnica dell’inoculazione secondo Gatti
Fare due leggerissime incisioni sulla cute e applicare sopra queste incisioni un filo imbevuto di materia vaiolosa, oppure le croste del vaiolo polverizzato ed un cerotto che serva a tener fermo il filo o la polvere e con lui Gianmaria Bicetti Buttinoni(5), mentre in Svizzera furono Tronchin e Tissot(6). Gli eccellenti risultati convinsero anche l’imperatrice d’Austria Maria Teresa a far inoculare i suoi due figli arciduchi e l’arciduchessa, mentre Caterina di Russia si sottopose lei stessa all’inoculazione.
In Francia le prime inoculazioni risalgono al 1754 e trovarono il favore e il sostegno di personaggi come Voltaire, Condamine(7), D’Alembert, specialmente dopo che re Luigi XV era rimasto vittima del crudele morbo. Praticata nelle corti la variolizzazione passò alla popolazione.
Tuttavia l’inoculazione fu avversata da certi settori della cultura francese saldamente ancorata alla tradizione dottrinaria di stampo ippocratico, secondo la quale la malattia era considerata come lo sfogo necessario attraverso la pelle di un principio nocivo che avrebbe reso l’organismo immune da quella malattia.
Ciò indusse il Parlamento di Parigi a chiedere alla facoltà di Teologia di esprimere il suo parere sull’inoculazione, e fu necessario attendere il 1764 perché la facoltà di Teologia si esprimesse a favore dell’inoculazione, perché nel 1763 aveva espresso parere contrario con la seguente motivazione: ”Basta che si tratti di una novità perché sia da considerare come condannabile."
Nel 1774 lo stesso re Luigi XVI fu inoculato (ma ciò non costituì un valido rimedio contro la ghigliottina).
In Italia Antonio Genovesi e Cesare Beccarla furono fra i primi fautori di questa pratica; Pietro Verri vi dedicò l’ultimo numero del “Caffè” e Giuseppe Parini una sua ode.
La prima regione in Italia ad eseguire la pratica dell’inoculazione (chiamata anche innesto, oltre che variolizzazione), fu la Toscana nel 1756, quando furono inoculati sei bambini dell’Ospedale di S. Maria degli Innocenti, seguita dalla Repubblica di Venezia nel 1767. Tuttavia in Italia la pratica ebbe un rilievo statisticamente rilevante solo in alcune città della Toscana e a Napoli.
In Italia le opposizioni all’inoculazione furono poche e neppure la Chiesa fu contraria. Se motivazioni di carattere religioso ci furono, esse furono per lo più d’oltrAlpe e di parte protestante.
L’obiezione più importante fatta alla pratica della variolizzazione era quella che il variolizzato potesse a sua volta essere fonte di contagio. Infatti non si può escludere che certe epidemie di vaiolo possano essere state innescate da pratiche di variolizzazione.
Si rese perciò necessario che l’inoculazione fosse praticata in ambienti maggiormente controllati e lontani dai grandi centri urbani, in condizioni di isolamento.
Per questo motivo l’Inghilterra fu la prima a fondare nel 1746 a Londra un ospedale per l’inoculazione del vaiolo e la contumacia dei variolizzati, oltre che per la cura del vaiolo stesso(8).
L’esempio fu presto seguito dai paesi del Nord Europa.
La pratica della variolizzazione trovò una concreta diffusione soltanto in Inghilterra, sia per l’intervento dello Stato(9) che per le iniziative caritatevoli private.
La stessa cosa non si verificò in Francia dove il numero delle persone inoculate non superò le 60.000-70.000.
In realtà era chiaro a tutti che la pratica della variolazione trasmetteva il vero e proprio vaiolo e si erano avuti casi tragici di fallimenti, come quello riferito da Luigi Sacco, relativo ad una epidemia insorta a Modena nel 1778 in seguito ad un caso di variolazione.
La pratica della variolazione, che era stata iniziata a Londra nel 1722, sul finire del XVIII secolo, a causa degli insuccessi sopra riferiti, anche se i benefici di tale pratica erano stati superiori al male prodotto, iniziò gradualmente ad essere abbandonata.
Ma la vera causa del definitivo abbandono della variolizzazione fu la scoperta jenneriana.
(5)Cui Giuseppe Parini avrebbe dedicato una sua ode.
(6)Tissot, dottore di medicina a Montpellier, fu un sostenitore della variolizzazione e del vaiolo dava questa definizione:” Il vaiolo umano è malattia spontanea che nasce da vari errori di dieta(…). Nasce adunque egli da un veleno del suo genere, del quale in genere l’aria si infetta e che ricevuto dai fluidi umani a poco a poco li contaminano(…). Ma la vera ed infiammatoria indole del morbo sovente vien cambiata dalle avventizie qualità dell’aria e da’ vari seminei morbi che stanno negl’infermi acquattati.”
(7)Charles Marie de La Condamine pubblicò tre memorie in difesa dell’inoculazione : nel 1754, comunicata all’Académie Royale des Sciences, che resterà la più importante presa di posizione in favore dell’innesto per tutto il XVIII secolo; nel 1755 e nel 1765. Nella prima ricostruisce la storia dell’innesto affermando che “ è stata da tempo immemorabile praticata in Circassia e nei paesi vicini al Mar Caspio “
(8)London Small Pox and Inoculation Hospital
(9)In Inghilterra l’inoculazione fu considerata servizio pubblico e misura di sanità pubblica.
La svolta della vaccinazione jenneriana
Furono la casualità e la intelligenza di un medico condotto inglese a portare finalmente alla scoperta della definitiva risoluzione della profilassi del vaiolo.
Edoardo Jenner (1749-1823), membro della Royal Society di Londra, medico condotto a Berkeley, suo paese di origine, nel 1775 aveva ricevuto l’incarico dal governo inglese di praticare la variolizzazione nella contea di Gloucester, ma si accorse che in alcune persone, mai affette da vaiolo, l’innesto non attecchiva. Furono i contadini del luogo a riferirgli che coloro che erano stati colpiti dal Cow-pox erano immuni dall’infezione vaiolosa. Il Cow-pox era una specie di vaiolo che colpiva le vacche alle mammelle, infettate a loro volta dalle mani dei mungitori che si erano infettati da cavalli ammalati di una malattia chiamata “grease” nota anche come “acqua alle gambe”.
Alcuni chirurghi inglesi, Sutton e Fowster, già nel 1768 avevano inoculato vaccino umano a persone contagiate da vaiolo vaccino senza che la malattia si manifestasse, e nel 1774 un contadino del Glucestershire, Benjamin Jesty, aveva inoculato il vaiolo vaccino a sé stesso, alla moglie e ai figli; inoltre la pratica della vaccinazione era conosciuta anche in Francia e in Germania, nell’Holstein, tanto che i tedeschi ne rivendicarono la priorità.
Ma a questo proposito Luigi Sacco, nel suo Trattato di vaccinazione, pubblicato nel 1809, scriverà:” (…) il merito non consiste nel veder un fenomeno, ma nel cavarne costrutto, scoprendone le relazioni (…) Cadevano i gravi abbandonati a sé anche prima del secolo di Galileo, ma Galileo solo scoprì le leggi della loro caduta, per cui ne derivò tanto vantaggio alla fisica.(…). Ci vollero, perciò, l’impegno, la curiosità e la perspicacia di Edoardo Jenner perché questa realtà venisse a galla e da essa potesse nascere la prima grande rivoluzione della storia in fatto di profilassi immunitaria contro una malattia infettiva.
Solo dopo 21 anni di esperimenti egli giunse al convincimento di essere giunto in possesso di un metodo rivoluzionario di profilassi antivaiolosa. Il 14 maggio 1796 egli vaccinò con il suo metodo il bambino James Phipps con pus tolto dalla contadina Sara Nelms che era affetta da Cow-Pox.
Così egli scrive nel suo “Ricerca sulle cause e gli effetti del vaiolo vaccino” pubblicato nel 1798: ”Sarah Nelmes, mungitrice in una fattoria di questa zona, venne attaccata dal Cow-pox delle vacche del suo padrone nel maggio del 1796. Ricevette l’infezione in una parte della mano che era stata leggermente lesa in precedenza dal graffio di una spina.Una larga pustola ulcerosa e gli usuali sintomi accompagnarono come di solito la malattia.(…) Al fine di osservar con maggiore accuratezza il progresso del contagio, scelsi un ragazzino ben robusto, di otto anni circa, con l’intenzione di innestargli il Cow-pox: La materia venne presa dalla piaga sulla mano di una mungitrice ( Sarah Nelmes)(…). Tale materia venne inserita, il 14 maggio del 1796, nel braccio del ragazzo per mezzo di due superficiali incisioni che scalfirono appena le dita, della lunghezza di circa mezzo pollice ciascuna. Al settimo giorno il ragazzo lamentò dolori all’ascella e al nono soffrì di brividi di freddo ed ebbe un leggero mal di testa. Per tutto l’intero giorno egli fu visibilmente malato e passò una notte abbastanza inquieta, ma il giorno seguente stava perfettamente bene.(10)”
Il bambino, che in seguito fu inoculato con pus del vaiolo umano (Small Pox), non si ammalò; ma soltanto due anni dopo, nel 1798, Jenner pubblicò a sue spese il libretto dal titolo "Ricerche sulle cause e sugli effetti del vaiolo vaccino", attirando su di sé l’attenzione e l’interesse dei governi di tutta l’Europa e ben presto il metodo proposto da Jenner fu ufficialmente riconosciuto come valido.
“Un secolo dopo Jenner-scrive René Dubos-Pasteur capì che la vaccinazione antivaiolosa non era in realtà che l’applicazione particolare di una legge generale di natura, cioè che era probabile vaccinare contro molti tipi di malattie microbiche usando microrganismi della stessa specie, ma di virulenza attenuata. Questa affermazione portò allo sviluppo di tecniche generali per la produzione di vaccini e diede origine all’immunologia come scienza.(…) In altre parole, centocinquant’anni di scienza sperimentale sistematica trasformarono la conoscenza empirica della lattaia negli acuti ragionamenti dell’immunochimica professionale.”
I limiti della vaccinazione antivaiolosa
Il vaiolo delle vacche o Cow Pox, molto diffuso nella campagna inglese, era poco diffuso nel resto del mondo, perciò si presentò il problema del reperimento della linfa vaccinica, della sua conservazione e della sua diffusione in condizioni controllate, che fosse sicuro e senza perdita di efficacia. Inizialmente si cercò di ovviare al problema del difficile reperimento della linfa, vaccinando da braccio a braccio, inoltre la linfa vaccinica a secco si conservava per almeno due anni, il che consentiva di diffonderla anche in paesi lontani.
In breve tempo però ci si rese conto dell’insorgere di alcuni problemi:
Il vaccino jenneriano riproduceva il Cow Pox, ma la sua crescita per passaggi successivi in una specie animale diversa (umana invece che bovina), riduceva il suo potere immunizzante.
Il passaggio da braccio a braccio, inoltre, favoriva la trasmissione di altre malattie infettive come la sifilide.Ad ambedue questi problemi si ovviò11 dal 1864 utilizzando solamente vaccino preso dalle vacche, abolendo la vaccinazione da braccio a braccio, soluzione tardiva rispetto a quella già presa nella stessa direzione nel Regno di Napoli nel 1805 da Troja e nel 1810 da Galbiati, i quali avevano praticato la retrovaccinazione, passando la linfa dall’uomo all’animale, sia per garantirsi una fonte ricca di linfa, sia per avere una linfa che riducesse il rischio di altre malattie come la sifilide. Nel 1845, sempre a Napoli, Negri inizierà a produrre sistematicamente linfa vaccinica direttamente dalle vacche.
Un terzo problema fu quello di far pervenire il vaccino nei luoghi più remoti, garantirne la fornitura e trovare le migliori modalità di conservazione. L’elemento decisivo fu la preparazione di un vaccino liofilizzato prodotto dai francesi Wurtz e Camus nel corso della I Guerra Mondiale, che permise alla Francia di inviare nelle proprie colonie (Costa d’Avorio, Guinea, Guiana Francese) milioni di dosi di vaccino. I vaccini essiccati contribuirono sostanzialmente alla campagna di eradicazione del vaiolo avviata dall’OMS nel 1966.
(10) R. Dubos, Pasteur e la scienza moderna, trad. it. Einaudi, Torino, 1962, pp. 98-99.
(11) Congresso di Lione del 1864
(12) Autore dell’opera in sei volumi System einer vollstandigen medizinischen Polizey,1779-1819
Per quanto riguarda l’Italia, il primo a praticare le prime vaccinazioni jenneriane in Liguria nel 1800 fu il dott. Onofrio Scassi, che era venuto a conoscenza dello scritto di Jenner attraverso il medico inglese dott. Batt. Gli fece seguito nel 1801 Luigi Marchelli, che pubblicò un’importante memoria dal titolo:Memoria sull’inoculazione della vaccina e il Granducato di Toscana che il 12 giugno 1801 stabiliva che ”l’inoculazione del vaccino si facesse nello Spedale degli Innocenti”. Ma si deve soprattutto al dott. Luigi Sacco, medico primario dell’Ospedale Maggiore di Milano, sostenuto dalle autorità francesi, il merito di avere propugnato la vaccinazione in Italia. Sacco seppe della vaccinazione jenneriana verso la fine del 1799 ed avendo avuto la fortuna di avere trovato due vacche affette da Cow-pox vicino a Varese, col pus raccolto da esse vaccinò i suoi primi cinque bambini della campagna varesina e sé stesso, controllando a distanza l’avvenuta immunità con l’innesto di vaiolo umano. Nel 1806 Luigi Sacco riferì di avere fatto vaccinare o vaccinato personalmente nei soli Dipartimenti del Mincio, dell’Adige, del Basso Po e del Panaro più di 130.000 persone. In breve volger di tempo i vaccinati del Regno d’Italia, sempre più esteso per le conquiste napoleoniche,giunsero a un milione e mezzo. Lo stesso entusiasmo invase anche il Regno delle due Sicilie.
Questi fatti avvenivano mentre era in atto la rivoluzione industriale con un forte inurbamento dalle campagne, il venire alla ribalta delle problematiche sociali, che si accompagnarono alla nascita dell’igiene pubblica, propugnata soprattutto dal tedesco P. Frank(12) , che ne attribuiva la competenza e la responsabilità allo Stato. Ma sarà invece Napoleone a dare impulso alla pubblica igiene.
L’obbligatorietà della vaccinazione fu adottata nella popolazione generale per la prima volta nel principato di Piombino e Lucca nel 1806, nel 1807 in Baviera, nel 1810 in Norvegia, nel 1815 in Svezia, nel 1867 in Inghilterra, nel 1874 in Germania, nel 1874, dopo una terribile epidemia, in Giappone. Nell’Italia post-risorgimentale, conseguita l’unità della Nazione, la vaccinazione antivaiolosa fu resa obbligatoria nel 1888.
La vaccinazione era obbligatoria, inoltre, in quasi tutti gli eserciti.
Il risultato conseguito, dopo l’obbligatorietà della vaccinazione antivaiolosa, fu che, contro i 5000-7000 decessi da vaiolo per milione di abitanti, si scese ad alcune centinaia per milione di abitanti.
Nonostante ciò, ci si avvide che la copertura vaccinale era completa nei primi 5 anni, mentre dopo vent’anni era persa.
Infatti, dopo un periodo di vent’anni, durante il quale il vaiolo era sembrato in rapido declino nei paesi che avevano adottato la vaccinazione jenneriana, il morbo si ripresentò con diverse pandemie che interessarono l’Europa intera(13), ma con indici di mortalità decisamente più bassi rispetto al passato.
Si era spostata anche l’età di massima incidenza del morbo, che cominciava ad interessare un numero crescete di adulti; questa constatazione indusse i governi ad avviare una campagna di rivaccinazione(14) che fu adottata per prima dalla regione tedesca del Wurttemberg nel 1829, mentre l’Austria, che introdusse la rivaccinazione obbligatoria tardivamente, ebbe livelli di mortalità da vaiolo centinaia di volte superiori a quelli della Germania.
Negli ultimi decenni del XIX secolo si ebbero decisivi successi nella lotta contro il vaiolo e le altre malattie infettive, e questo fu dovuto anche, oltre che alle migliorate condizioni igieniche delle popolazioni europee, anche se non dovunque, alla socializzazione della lotta alle malattie infettive.
Per quel che riguarda la lotta contro il vaiolo, numerosi paesi introdussero nel loro sistema giuridico l’obbligatorietà della vaccinazione e, dove non vigeva l’obbligatorietà, il controllo del vaiolo fu un problema di natura pubblica con precise regole sulla denuncia dei casi e il loro isolamento. Le leggi regolarono anche la produzione e la distribuzione del vaccino(15). Fu abolitala vaccinazione da braccio a braccio, per i motivi già detti e si ricorse alla sola linfa prelevata direttamente dalla vacca.
A questo punto è giusto dare adeguate risposte a legittime domande:
1) Perché l’eradicazione del vaiolo è stata possibile sul piano biologico?
Perché il vaiolo colpisce solo l’uomo. Del virus non vi sono serbatoi animali o vettori che lo veicolino, come gli insetti; né il virus viene immagazzinato in piante o animali.
Il vaiolo è contagioso solo quando è manifesto.
Non esistono portatori asintomatici, come nel tifo, epatite B o AIDS, perciò ogni caso di infezione corrisponde a un caso di malattia. Ciò significa che per la diagnosi di vaiolo è sufficiente l’osservazione clinica.
Il virus del vaiolo è geneticamente stabile senza ceppi mutanti.
2) Quando dichiarare una zone libera dal vaiolo?
a) Quando per due anni consecutivi non si fossero più segnalati casi(16)
Nel 1977 casi di vaiolo venivano segnalati solo in Somalia, territorio difficile da controllare per l’elevato numero di persone dedite al nomadismo. L’ultimo caso si ebbe in questa regione nell'ottobre 1977.
Dal momento che nei due anni successivi non si ebbero nuovi casi della malattia, nel maggio 1979 l’OMS decretò eradicato il vaiolo dalla Terra.
Allo stato attuale l’unica fonte di contagio possibile è costituita dai virus coltivati in laboratorio. Oggi nel mondo solo sette laboratori conservano ceppi del virus del vaiolo, e sono sotto stretto controllo.
Per salvaguardare l’Umanità da eventuali future epidemie di vaiolo, che potrebbero essere scatenate o da cause accidentali o da atti terroristici, l’OMS ha previsto di conservare ampie scorte di vaccino essiccato e congelato.
(10)R. Dubos, Pasteur e la scienza moderna, trad. it. Einaudi, Torino, 1962, pp. 98-99.
(11)Congresso di Lione del 1864
(12) Autore dell’opera in sei volumi System einer vollstandigen medizinischen Polizey,1779-1819
(13)Pandemie di vaiolo si ebbero in Europa negli anni: 1824-1829; 1837-1840; 1870-1871.
(14)I bambini sarebbero stati vaccinati all’età di 2 a e 10 anni.
(15)Istituti vaccinogeni centrali stabilirono i controlli di Stato sulla qualità del prodotto.
(16)Principio enunciato dalla Unità per l’eradicazione del vaiolo di Ginevra.
Futuro della fibra ottica
Prysmian e il ruolo delle tecnologie in fibra ottica verso un futuro più verde
tempo di lettura 2 min
La fibra ottica garantisce stabilità e affidabilità alla rete, sicurezza contro gli attacchi informatici, migliore sostenibilità ambientale, come risulta da un nuovo studio del gruppo
FTTH Virtual
Le tecnologie in fibra ottica hanno un ruolo importante nel percorso verso un futuro più verde, in quanto la fibra offre maggiore stabilità e affidabilità, e una durata di rete più lunga. Sono questi i principali takeaway di un whitepaper pubblicato da Prysmian, gruppo attivo nel settore dei sistemi in cavo
per l'energia e le telecomunicazioni, che saranno discussi oggi nel panel “Sustainability strategies: is Fibre the solution, or part of the problem?” (Strategie di sostenibilità: la fibra è la soluzione, o parte del problema?) che si terrà durante la FTTH Virtual Conference questa settimana.
Il gruppo è ancora una volta Platinum Sponsor dell'evento che fornisce una conoscenza approfondita dell'FTTH e di altre tecnologie e soluzioni end-to-end in fibra. Prysmian sarà al centro dell'attenzione alla conferenza di quest'anno con Philippe Vanhille, Executive Vice President Telecom Business di Prysmian Group, che ha partecipato al panel per discutere di come l'ecosistema FTTH stia accogliendo la lotta ai cambiamenti climatici, in quanto è la tecnologia a banda larga più carbon-neutral e, allo stesso tempo, un abilitatore di soluzioni per una società più sostenibile.
Secondo Vanhille: "La fibra offre maggiore stabilità e affidabilità e garantisce una durata di rete prevista più lunga. Questo non solo fa risparmiare denaro, ma riduce l'impatto ambientale poiché viene utilizzato meno materiale. Grazie ai molti anni di esperienza nello sviluppo di prodotti che vanno in questa direzione, siamo in grado di progettare soluzioni in fibra più efficienti dal punto di vista energetico, pur continuando a fornire la robusta infrastruttura digitale necessaria in un mondo connesso. Stiamo apportando miglioramenti significativi in termini di efficienza energetica, ma questo non è uno sforzo solitario. L'intero ecosistema deve unirsi per rendere le reti sostenibili una realtà, con una visione che vada oltre i benefici a breve termine e adotti le migliori tecnologie disponibili".
Come dimostrato in un recente whitepaper pubblicato da Prysmian, la fibra ottica contribuisce a diminuire il consumo energetico, con riduzioni ottenute durante la produzione e ulteriormente integrate una volta che è stata implementata nelle reti e utilizzata per la connettività dell'ultimo miglio. Ciò è dovuto all’uso dello spettro, che può essere acceso su richiesta, invece che costantemente, in ogni punto finale. La fibra è anche più efficiente dal punto di vista energetico rispetto ai suoi concorrenti ADSL, PSTN e mobile, grazie alla sua affidabilità, alla maggiore durata e alle capacità a prova di futuro, ancor più se si sceglie una fibra insensibile alla piegatura di alta qualità G.657.A2. Le fibre insensibili alla piegatura inoltre riducono drasticamente il rischio di hackeraggio grazie alla loro composizione che previene la dispersione di potenza ottica che può risultare in perdita di segnale verso l’esterno, e la conseguente possibile intercettazione del segnale trasmesso tramite l’utilizzo di dispositivi TAP, che sfruttando il punto debole delle fibre non insensibili alla piegatura permetterebbero di piegare la fibra, estrarre la luce e reindirizzarla al computer dell’hacker.
Prysmian ha presentato la sua estesa gamma di minicavi Sirocco HD, che ora include un cavo con 576 fibre. I cavi Sirocco HD forniscono diametri e densità di fibre record a livello mondiale per i minicavi soffiati e il nuovo cavo offre 576 fibre in un diametro di 9,5 mm, fornendo una densità di 8,1 fibre per mm2. È installabile in un condotto di 12 mm, con vantaggi sia in termini di costo totale di implementazione della rete che di impatto ambientale.
Pensi all’Italia e, per associazione, ti viene in mente il sole, la pasta,l’amore e, magari, la corruzione. A tutto,insomma, meno che alla banda larga. Sbagliato: sotto la guida di Silvio Scaglia l’Italia è diventato uno dei paesi leader della tecnologia detta della fibra sotto casa”. Così inizia l’articolo che la rivista Time, nel 2003, ha dedicato a Silvio Scaglia, l’unico italiano inserito nella lista dei “tech survivors”, cioè una quindicina al mondo, non di più, di guru dell’innovazione usciti indenni dallo sboom della new economy.
Silvio Scaglia, nato il 14 ottobre 1958 a Lucerna (Svizzera), ma cresciuto a Novara, ha sempre creduto e investito in imprese che fanno vera innovazione. Dopo una partenza da self made, nel vero senso della parola. Una volta conseguita la laurea con lode in ingegneria elettronica al Politecnico di Torino, Scaglia va a lavorare alla Aeritalia Spazio e segue, per un anno, il progetto di un satellite per la Nasa. Il lavoro gli piace, ma il richiamo di un’esperienza aziendale è troppo forte. E così, rispondendo ad un annuncio apparso sui quotidiani, si propone ad Arthur Andersen and Consulting dove lavorerà per due anni, prima come programmatore, poi promosso all’attività di consulenza. Sono anni intensi, di duro lavoro. Scaglia perfeziona il suo inglese fino a superare con successo il Toefl e il Gmat, passaggio indispensabile per poter sostenere, con successo, gli esami per accedere al corso di laurea presso Harvard o Stanford, contando su una borsa di studio dell’Istituto Bancario San Paolo per sostenere i costi di quest’esperienza.
Ma, nel frattempo, sempre rispondendo ad un annuncio sul giornale, l’ingegnere riceve una proposta da parte di Mc Kinsey, base Milano, per lavorare nello staff di Gianfilippo Cuneo. Vi lavorerà per tre anni prima di seguire Cuneo presso lo spin off di Mc Kinsey, la Bain & Cuneo associati. Qui Gianfilippo Cuneo gli affiderà, tra gli altri incarichi, la consulenza con la Piaggio. Si crea, in quella circostanza, un clima di fiducia e di stima reciproca con Giovanni Alberto Agnelli. Al punto che quest’ultimo, quando diventa Ceo di Piaggio Spagna, propone Scaglia quale direttore generale del ramo iberico dell’azienda. Dal 1991 al ’93 Scaglia lavora a Madrid per poi trasferirsi a Pontedera in qualità di senior vice president con competenze specifiche sull’attività fuori dall’Europa, in particolare in India e Cina.
La fama di “global tech guru” e’ arrivata con il ruolo di pioniere che Silvio Scaglia ha svolto in tre fondamentali occasioni:
1) nel 1995, quando, in procinto di trasferire la famiglia a Singapore, quartier generale delle attività asiatiche del gruppo, Francesco Caio gli offre di prender parte, come direttore generale, alla start up di Omnitel. Pochi mesi dopo, quando Caio passa alla guida di Olivetti, Scaglia prende il suo posto come CEO. Sotto la sua guida Omnitel, oggi Vodafone Italia, diventa il secondo operatore mobile italiano e una delle società più redditizie d’Europa, grazie ad una crescita esponenziale: da zero ad oltre dieci milioni di abbonati.
2) nel 1999, invece di ritirarsi a vita privata per godersi le non disprezzabili stock options (14 miliardi di lire) incassate all’uscita da Omnitel, ceduta dall’Olivetti a Mannesman, sceglie la carriera di imprenditore, per dar corpo ad una visione molto chiara: dati, voce e televisione avrebbero dovuto viaggiare assieme su nuove reti di trasmissione a banda larga. Per realizzare questo progetto occorreva però dare avvio ad un piano di cablaggio molto esteso, in grado di comprendere le maggiori città italiane. Scaglia dà così il via, assieme ad alcuni manager e al finanziere Francesco Micheli, ad e.Biscom, la prima società al mondo a realizzare una radicale novità nel campo delle telecomunicazioni, costruendo una rete interamente basata sul protocollo Ip, in grado di connettere in fibra ottica anche utenti residenziali, offrire televisione digitale e video on demand su fibra ottica e adsl. Una sfida temeraria, a detta di molti, ma la sfida si rivela, alla prova dei fatti, sostenibile sul piano industriale. La tecnologia lanciata da Fastweb per la prima volta al mondo oggi è il punto di riferimento per tutte le aziende di telecomunicazioni.
3) Nel 2007, quando, una volta cedute le azioni Fastweb a seguito dell’offerta pubblica lanciata da Swisscom, l’ingegner Scaglia si ritrova miliardario, con un patrimonio che lo qualifica, secondo Forbes, tra i mille più ricchi del mondo. E’ da questa base che Scaglia parte per nuove avventure imprenditoriali ad alto contenuto innovativo. Nasce così Babelgum, una delle più innovative piattaforme digitali di video professionali dedicati all’entertainment a livello mondiale, disponibile su web e su telefoni mobili di nuova generazione.
4) L’ingegner Scaglia ha poi messo a frutto il suo know how nel mondo dei nuovi media con il mondo del lusso, uno dei trend più vivaci dell’economia globale. Oggi l’ingegnere guida un gruppo leader nel mondo del talent management e del lusso grazie al network di agenzie di model management Elite World e Women Management. Inoltre, ha rilevato il controllo de La Perla, brand storico della lingerie di lusso italiana, impegnandosi in prima persona nel rilancio industriale dell’azienda.
Le aziende che l’ing. Scaglia ha contribuito a creare danno oggi lavoro direttamente a circa 15.000 persone ed indirettamente a oltre 15.000 persone e dunque complessivamente a 30.000 famiglie.
Sono queste le credenziali di un uomo con la vocazione di aprire strade nuove, al di là di quegli stereotipi sull’Italia che, con involontaria ed amara ironia, ha evocato il giornalista del “Time”.
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