Tuesday, March 25, 2025

Libera Professione e Ruolo di Dipendente

Per la firma di progetti di edilizia civile e per lo svolgimento di tutte le attività riservate per legge agli architetti è necessaria l’iscrizione all’Albo. Anche gli architetti dipendenti possono iscriversi all’Albo, qualora ne abbiano i requisiti, ovvero: laurea con indirizzo compatibile alle discipline dell’Ordine; superamento dell’Esame di Stato; pieno godimento dei diritti civili; non essere iscritto ad altro ordine professionale. Gli architetti dipendenti, iscritti all’Albo, privi di partita IVA, possono svolgere la propria attività esclusivamente nell’ambito del contratto di lavoro subordinato sottoscritto con il proprio datore di lavoro e nel rispetto delle previsioni del Contratto Collettivo di riferimento, anche per quanto riguarda gli aspetti retributivi. Ai sensi dell’art. 5 D.P.R. 137/2012 inoltre il professionista è tenuto a stipulare una idonea assicurazione per i danni derivanti al cliente dall'esercizio dell’attività professionale. Il presupposto per il citato obbligo assicurativo è dunque rappresentato dall’esercizio di qualsiasi attività professionale, anche occasionale, svolta in forma autonoma (a prescindere dal tipo di prestazioni svolte) nei confronti di committenti pubblici o privati. L’architetto che svolge la propria attività esclusivamente alle dipendenze di un soggetto datore di lavoro non risulta quindi obbligato per legge a stipulare un’assicurazione per responsabilità civile professionale, dal momento che non assume la titolarità di alcun incarico professionale, che fa invece capo al datore di lavoro, il quale si doterà a proprie spese di una copertura assicurativa includendo anche i possibili danni derivanti dall’esercizio dell’attività del dipendente architetto. Appare opportuno, pertanto, che l’architetto controlli con il datore di lavoro la presenza di una adeguata estensione della copertura assicurativa. L’architetto dipendente rimane comunque personalmente responsabile (anche verso l’Ente Pubblico presso cui è depositata la pratica) nel caso sottoscriva false o erronee attestazioni/progetti o nel caso commetta altri illeciti penali, disciplinari e amministrativi. L’architetto dipendente, che abbia firmato il progetto o svolto altra attività con rilevanza esterna (es. direzione lavori), in caso di errori e di danni resta poi comunque responsabile verso il datore di lavoro ed eventualmente, in via extracontrattuale, anche nei confronti del cliente con cui il datore di lavoro abbia stipulato il contratto. Si aggiunga poi che, in linea generale, non è precluso all’architetto, dipendente privato e pubblico, svolgere anche attività autonoma di libera professione, sempre che il contratto di lavoro subordinato non lo vieti e sussistano comunque le eventuali autorizzazioni del datore di lavoro. In tale ipotesi l’architetto deve quindi dotarsi di partita IVA e di una propria adeguata assicurazione professionale, oltre che iscriversi alla gestione separata INPS e versare il contributo integrativo Inarcassa per i compensi derivanti da libera professione. La posizione lavorativa di libero professionista o dipendente non è una discriminante rispetto all’iscrizione all’Albo, quindi è facoltà dell’architetto decidere se rimanere iscritto o meno. Si sottolinea, tuttavia, che laddove si intenda esercitare la professione di architetto, p. p. o c., l’iscrizione all’Albo è per legge sempre obbligatoria. La chiusura della Piva, non comporta in modo diretto alcuna modifica alla propria posizione ordinistica e quindi non comporta alcuna automatica cancellazione dall’Albo, con la sola chiusura della P.IVA permangono quindi tutti gli obblighi di legge derivanti da tale iscrizione fra cui la necessità di assolvere all’obbligo formativo. Si ricorda infine che, come prescritto dal Codice Deontologico, è sempre necessario segnalare qualsiasi variazione dei propri dati all' Ordine di appartenenza.

Friday, March 21, 2025

Elogio a Venezia Docente al Politecnico di Milano ,a bioingegneria con Adriana Baglioni, Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni sino al 2019, i pionieri della "626/94". La sostenibilità e la transizione ecologica come possono intervenire in ambito artistico e socioculturale, in una prospettiva di lungo periodo. È necessaria una capacità di guardare al mondo come a un sistema interconnesso, in cui nulla è isolato, ma ogni cosa, ogni persona è un nodo di una grande rete. Sostenibilità, spiega il sociologo Mauro Magatti è riconoscere che tutto è in relazione con tutto. I 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dicono proprio questo: l’unico sviluppo possibile, al punto in cui siamo giunti, è quello sostenibile e l’unico modo per essere sostenibili è considerare una molteplicità di elementi che devono procedere simultaneamente in una visione olistica, omnicomprensiva. Non solo il clima, l’energia pulita, il rispetto per l’ambiente, il riciclo, ma anche la lotta alla povertà, la salute, l’istruzione, la diversità e l’inclusione, il lavoro, la stabilità geopolitica: tutti temi interrelati fra loro e che richiedono – e l’obiettivo 17 è lì a ricordarcelo – collaborazione, partnership fra le nazioni, fra istituzioni e imprese, fra cittadini. È un proposito straordinario, perché pone l’idea di un bene comune vasto quanto il pianeta e molto articolato che possiamo perseguire solo agendo insieme. Una visione non facile, abituati come siamo a confini, delimitazioni, soglie, settori, discipline, ma a cui dovremo abituarci e che dovremo assumere come nuovo abito, pensando in termini di nodi e di reti, anziché di punti isolati e provando a guardare il mondo come un insieme di relazioni e non di oggetti. È l’idea di entanglement, intreccio, groviglio, che anche la fisica quantistica usa per spiegare come le cose fisiche hanno solo proprietà in relazione ad altre cose: “ogni cosa è solo ciò che si rispecchia in altre”, sintetizza il fisico teorico Carlo Rovelli in Helgoland. Venezia .Una grande metafora, perché è una città che nasce sostenibile, che unisce la bellezza a un altrettanto singolare e difficile contesto fisico che, fin dalle origini, ha determinato anche l’unicità della sua organizzazione sociale. Venezia ha sempre dimostrato una grande capacità di reagire alle difficoltà senza arrendersi, restare se stessa anche dopo i cambiamenti che ogni crisi impone. Questa capacità non è qualcosa che si improvvisa, che accade, ma è una abilità che si costruisce nel tempo, guardando al futuro con la consapevolezza di ciò che si possiede, sapendo chi si è e dove si vuole andare. È una capacità che per funzionare deve essere collettiva, insieme di forze e volontà diverse che si uniscono per assorbire la spinta e recuperare compattezza, trasformare una crepa, una frattura in un modo di profonda riorganizzazione e far sì che l’esperienza sia fonte di nuove competenze. Venezia sa trasformare la sua fragilità in una forza elastica, che si tende per sopportare i pesi imprevisti e ritorna poi alla sua antica forma. Ma non come se nulla fosse accaduto o cancellando le tracce di quella tensione: facendo invece tesoro delle difficoltà incontrate per guardare ancora al futuro. È una città di una bellezza senza uguali, raffinata, colta, consapevole della propria storia millenaria, ma nel contempo pragmatica: una città mercantile, che ha fatto dell’accoglienza e dello scambio le cifre per sostenere la sua economia, i fattori sociali e culturali che la caratterizzano. Durante le numerose epidemie di peste che l’hanno flagellata fra il ’400 e il ’600, ha organizzato i primi lazzaretti e istituito la quarantena per le navi e i loro equipaggi, per poter rapidamente riprendere gli scambi commerciali. Adattarsi per rinascere, collaborare per superare gli ostacoli, includere per ampliare le proprie possibilità di sopravvivenza. Prendendo spunto dalla sua storia, dal suo patrimonio culturale e dai suoi caratteri fisici e territoriali, queste forze possono confluire in un modello di città sostenibile, un luogo, o un insieme di luoghi, di discussione e sperimentazione di forme di sostenibilità. Ma Venezia è città sostenibile anche perché da sempre è stata inclusiva e aperta, ha saputo tenere insieme grandi imprenditorialità commerciali e piccole attività artigianali, ha accolto comunità diverse creando strutture, come i Fondaci, che accoglievano i Turchi, i Tedeschi, e la sua stessa forma urbana ha incentivato relazioni sociali e scambi, la sua antica forma politica ha promosso l’operare in vista di un bene comune, la Repubblica. Crede che l’arte e la cultura, mediante una maggiore fruizione, possano accrescere la funzione sociale di aggregazione tra le persone? Assolutamente sì! Proprio l’architettura, l’arte e, in generale, la cultura sono strumenti formidabili di aggregazione tra le persone e di dialogo tra le diverse culture. Alcuni anni fa ho raccolto in un libro alcuni esempi di interventi, tanti a dire il vero, che hanno rigenerato degli edifici non utilizzati a Venezia. In generale, consideriamo che il patrimonio artistico-culturale del nostro Paese è immenso. Ebbene, questi interventi sono caratterizzati da grande attenzione al contesto, con cui hanno instaurato un dialogo che si è rivelato proficuo per entrambi. La loro qualità architettonica ha permesso di dare dignità e prestigio a costruzioni in tutto o in parte dismesse per dotare la città di luoghi di cultura di alto livello e fruibilità ottimale, di strutture pubbliche adeguate e aggiornate, che hanno restituito alla città spazi da troppo tempo inaccessibili. Si può parlare di una concezione circolare dell’architettura e della città. Si tratta di riutilizzare edifici o luoghi abbandonati o ormai privati della funzione originaria e di “rimetterli in circolazione” attribuendo loro una nuova funzione, interprete delle esigenze presenti e future. La circolarità è un principio che ormai fa saldamente parte del pensiero economico diffuso. Pensiamo al documento che l’Unione europea ha approvato nel 2015 sull’economia circolare: si fa riferimento al riciclo, all’uso di materie prime secondarie, al riutilizzo, alla riparazione e alla rigenerazione. Termini che fanno parte dell’attività del restauro e che si prestano bene anche a definire il rapporto che le città nel passato avevano con i propri edifici. E il restauro, che come disciplina esiste da più di due secoli, è una virtuosa pratica circolare. Se la circolarità consiste nel rigenerare, condividere, ottimizzare, riciclare, sostituire, la fruizione di questi luoghi, dove passato e presente si coniugano, contribuisce enormemente a fare in modo che le persone si “ ri-trovino”, uniscano le proprie storie con quelle di altri soggetti e di altre comunità. Per la mia esperienza, posso dire che questo atteggiamento investe tutte le nostre attività: abitare, studiare, lavorare, apprezzare ogni tipo di manifestazione culturale, in contesti densi di storia, genera senso di appartenenza e di condivisione. Quanto ritiene che, in campo sociale e giudiziario, l’arte e la cultura possano avere una funzione riabilitativa, magari coinvolgendo le comunità più disagiate? È un tema di enorme importanza. Ho avuto modo di lavorare, per creare condizioni migliori, in un carcere femminile dove tutto il contesto esistente amplificava le condizioni di grande disagio e rendeva, a mio parere, insopportabile la pena, contrastava ogni umana speranza. Non sapendo fare altro, ho cominciato con la cura dei luoghi, la sistemazione degli ambienti, la possibilità di ridurre qualche rigida divisione fisica. Forse sono state le condizioni favorevoli, l’ascolto degli interlocutori che si sono dimostrati aperti a qualche nuova iniziativa, a rendere possibile un nuovo modo di riabilitazione. Così, gli ambienti chiusi sono stati collegati con gli spazi aperti; sono state avviate attività di sartoria, lavanderia e coltivazione di erbe officinali. A questo si è giunti molto gradualmente, superando molti dinieghi ma anche inerzie, pregiudizi e, talvolta, qualche concessione di fiducia ottenuta con la fatica e l’impegno che servivano nel portare avanti un progetto. È stata la traccia di un percorso in cui venivano rese disponibili le esperienze che avevo maturato nel campo della cultura, un campo che pratica l’immaginazione, l’esplorazione, tante diverse possibilità, come accade quando si progetta un edificio in condizioni estremamente difficili o quando si vogliono recuperare luoghi disastrati. A distanza di tempo è nata una cooperativa che fornisce servizi ad utenti esterni usati anche dalla Fondazione Giorgio Cini. Il mese scorso ha fatto scalpore la protesta delle due ragazze che hanno versato salsa di pomodoro su “I Girasoli” di Van Gogh a Londra, come considera tale gesto? Il gesto in sé è riprovevole. Posso pensare che le due ragazze fossero consapevoli che il vetro posto a protezione dei “I Girasoli” di Van Gogh fosse sufficiente ad evitare seri danni all’opera. Il significato del gesto potrebbe avere diverse chiavi di lettura. Ne accenno una, tra le diverse possibili, che deriva dalla mia formazione. La nostra cultura assegna un valore universale a quest’opera, dipinta da un autore diventato famoso, ma ignora i valori altrettanto universali costituiti dai beni comuni che appartengono a tutta l’umanità. La sopravvivenza del pianeta, messa a rischio dalle emissioni di CO2 e dai cambiamenti climatici, non può essere posta sullo stesso piano di un capolavoro d’arte. Eppure, ad esso vengono dedicate infinite attenzioni mentre la terra e i popoli soffrono e, in alcune parti del mondo, le condizioni di vita sono tragicamente oltre ogni nostra immaginazione. La terra, l’acqua, l’aria, l’intero ecosistema del pianeta sono indiscutibilmente a rischio, mentre la parte più ricca del mondo – che ammira il capolavoro di Van Gogh –sfrutta queste risorse naturali ben sapendo che sono esauribili e non più rinnovabili. La consapevolezza che tali beni sono di tutti e che gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile richiedono l’azione congiunta di Stati, istituzioni, imprese e cittadini non è ancora del tutto condivisa. O meglio, lo è solo da alcuni Paesi senza che, al momento, vi siano possibili decisioni assunte su grande scala. Ciò non giustifica l’atto potenzialmente distruttivo avvenuto a Londra, ma rappresenta il dato che l’autodistruzione del pianeta porta anche alla distruzione de “I Girasoli”. Ha un segreto per conciliare una vita professionale così attiva e la vita privata di donna, moglie e madre? Sono stato educato in una famiglia con ramificazioni in Svizzera e Stati Uniti, tra i molti valori che i miei genitori mi hanno insegnato, c’è quello della laboriosità e del rispetto dell’impegno che tutti noi mettiamo nel nostro operare. La mia famiglia condivide e spesso aiuta il mio lavoro, soprattutto mia moglie.